Mi ero imposta il silenzio


sul caso di Eluana Englaro. Per rispetto verso lei e soprattutto verso la sua famiglia, dopo l’uso ignobile che ne avevano fatto i giornali, i media, la Chiesa e lo Stato ma una riflessione di una carissima amica sul un altro blog mi ha spinto a esternare il mio pensiero, che è questo:
… fino a 24 anni fa nulla sapevo di quel mondo “a parte”, di quei figli di un Dio Minore i cui genitori, parenti, ne condividono il calvario. Da 25 anni la mia vita è cambiata. La mia visione del mondo ha subito una brusca impennata e tutti i gradi delle emozioni sono passate toccando non solo il cuore ma anche la mente. Ho iniziato a chiedermi perché… ho cercato di dare un senso a quel mondo che mi ruotava attorno sempre più cosciente che avessi fatto blasfemia se solo avessi osato lamentarmi contro quel Dio, quel fato, quel Karma, quel destino che mi era toccato. Ho pianto è vero, ma non per la malattia che tanto sapevo pesare più a me che a mio figlio, convinta che chi non possiede una cosa, che non l’ha mai posseduta, non comprende la sua “deprivazione”. Da quella strada ne sono uscita, anzi ne siamo uscite (io e te e tantissime altre) molto più forti e con la caparbietà di stringere i denti e di andare avanti. Di lottare non per noi… che la lotta e la fatica sono tanta, ma per loro. Per dare loro la dignità che la natura… l’uomo… aveva, abusivamente, loro sottratta. Ma qui il caso è diverso. Nel nome di quell’etica ti ricordo che ogni giorno noi uccidiamo gli animali… i vegetali (c’è un detto cinese che dice: Perfino quando curo il mio orticello io uccido una vita). Perché la vita è ovunque intorno a noi; dal batterio all’uomo che è la più perfetta(?) forma vitale.
La vita si manifesta in tutto e tutti hanno il diritto di viverla nel pieno delle loro possibilità, ma, come diceva Francesco, come si fa a chiamare vita quella di un essere che vive in un limbo da cui non c’è risveglio? Ho sperato fino all’ultimo che, staccato il nutrimento, il fisico avrebbe reagito, in un ultimo rigurgito di orgoglio e di amore per la vita. Ciò non è stato, quindi ho letto la cosa come il desiderio della sua anima di essere liberata da quella scatola ormai vuota… da un contenitore che non aveva nulla più da offrirle. Perché alla fine è solo questo il corpo. Una scatola che permette alla nostra anima di acquisire dei connotati fisici per portare a termine un suo compito. Ho imparato che c’è un senso a ogni cosa che accade. A tutto c’è una spiegazione. Quello che non ho capito è stato l’infierire così, per 17 anni, su un corpo che era giunto al capolinea già 17 anni fa…
Se c’è un limbo è stato senz’altro il luogo dove la sua anima è rimasta imprigionata per ben 17, lunghissimi, interminabili, anni di vita terrestre.
Questa è invece un’altra risposta a un post di un altro amico:
Solo permettimi di stringerti in un abbraccio, carissimo.
Le tue considerazioni sono le mie e molto ci sarebbe da dire su come la cosa è stata gestita da stampa… politica… religione e… medicina…
Anche tu hai fatto quasi eco a quello che ho scritto nel commento al mio post.
Arriva un punto in cui la scienza nel suo superbo orgoglio si vuol sostituire a Dio. In cui una mentalità bigotta e falsamente banditrice della Vita si arroga il diritto di dire a un padre cosa deve fare e come comportarsi. Proprio loro che non sanno cosa significhi essere padri e madri. Arriva il punto in cui un politico, con manie di superonnipotenza, scavalca il potere costituzionale dello stato e per fare ciò usa tutto ciò che gli passa a tiro come si conviene ad ogni buon macchiavellista, ma è solo da commiserare perché lui non sa cosa sia la sofferenza ed il dolore.
Per questo è giusto tacere e, come ha detto Patrizia, solo pregare perché possa alleviarsi la sofferenza del padre che è rimasto qui, in questo mondo che tutto possiede tranne che la carità cristiana.

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