Il pulcino ballerino


Il Pulcino
Ballerino
Canzone
presentata allo Zecchino d’Oro del 1964
di F. Maresca, M.Pagano,
Edizioni S.C.I.A. Napoli

    

Dall’uovo gobbo
di una gallina zoppa 
nacque un pulcino
che zoppicava un po’.

Sembrava triste
perciò la mamma chioccia
per consolarlo
l’hully gully gli insegnò

Per l’hully gully 
di quel pulcino zoppo
grilli e cicale
facevano cri cri cri.

Il babbo gallo
scoppiava dalla gioia
e nel pollaio 
una festa organizzò

Rit.
Ticche, tocche, ticche, tocche,
il pulcino dopo un po’
ticche, tocche, ticche, tocche,
a ballare incominciò.

Tre galletti verdi e gialli,
professori d’hully gully 
il pulcino ballerino
salutarono così:
chicchirichì…

Chicchirichì…
Chicchirichì…

Era il lontano 1964. Epoca in cui i bambini diversabili venivano ghettizzati e i loro problemi visti solo dal punto di vista clinico. Era uscita da poco in Italia, e solo in seguito alla “dichiarazione dei diritti del fanciullo”, promulgata il 20 dicembre 1959 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la legge che prevedeva per loro, infatti, l’inserimento in classi differenziali. Gli si riconosceva, in Italia, il diritto ad una educazione ma… separata. Bisogna aspettare il 1968, anno della grande rivolta e contestazione giovanile perché  questi soggetti  vengano riconosciuti come persone che possono portare il loro contributo alla società e alleggerire il peso derivante dalla loro mancata autonomia. Così nel 1971 viene emanata una legge, la famosa Legge 118 che impone l’inserimento di questi soggetti nelle classi normali. Quest’ <i>inserimento</i> però si realizza a macchia di leopardo. Non tutte le scuole erano in grado di offrire a questi soggetti quanto serviva per la loro integrazione. Intanto l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite promulgava, il 21 dicembre 1971, la “dichiarazione dei diritti degli handicappati mentali” in cui venivano riconosciuti a tali soggetti, qualunque fosse l’origine, la natura ed il grado di handicap, il diritto ad avere:
. gli stessi diritti fondamentali degli altri cittadini;
.  misure adatte a conseguire la più ampia autonomia possibile;
.  istruzione;
. formazione professionale;
. riadattamento medico e sociale;
. una vita insieme alla famiglia naturale o acquisita, con adeguata assistenza;
.  possibilità di partecipazione ad ogni attività creativa o ricreativa.
Sotto la spinta di questa nuova coscienza umana, che si andava formando in Italia e nel mondo intero, il nostro Ministero della Pubblica Istruzione nominò, nel 1974, una commissione di studio, presieduta dalla senatrice Franca Falcucci, con il compito di fare il punto sulla situazione dei soggetti disabili nel nostro paese e di predisporre gli opportuni suggerimenti in merito al loro recupero scolastico e sociale.
Il documento conclusivo venne alla luce l’anno seguente e fissò i principi generali, a cui doveva uniformarsi “un nuovo modo di essere della scuola, per realizzare le condizioni della piena integrazione scolastica”.
In base a tali principi la scuola italiana doveva:
1.accogliere ed istruire tutti i bambini, non solo quelli normali ma anche quelli che presentavano difficoltà di sviluppo, di apprendimento e di adattamento;
2.favorire lo sviluppo delle potenzialità di ciascuno, attraverso un apprendimento molto articolato in modo da valorizzare tutte le forme espressive degli alunni handicappati;
3.diventare la struttura più idonea per il superamento della condizione di emarginazione in cui si sono sempre trovati gli handicappati;
4.avere una funzione di prevenzione e di recupero precoce delle difficoltà che potessero ostacolare lo sviluppo psico-fisico;
5.attuare il tempo pieno, inteso come successione organica e unitaria dei diversi momenti educativi.
Il documento Falcucci, oltre a rappresentare un’autentica rivoluzione nel campo sociale, culturale e pedagogico, segnò la presa di coscienza ufficiale verso i problemi educativi dei soggetti disabili da parte del Ministero che, con tempestività, emanò l’8 agosto1975 la circolare n. 227 la quale prevedeva l’inserimento, nelle sezioni della scuola materna, nelle classi comuni della scuola elementare  e media, degli alunni che presentavano particolari difficoltà di apprendimento e/o di adattamento, in quanto affetti da disturbi o difetti fisici e/o psichici.
Nello stesso anno scolastico 1975/76 i disabili incominciarono ad abbandonare le scuole speciali e le classi differenziali e vennero iscritti nelle classi normali, collocate nel proprio territorio, soprattutto laddove trovarono insegnanti particolarmente sensibili al loro problema disposti ad accoglierli.
Voi direte embeh? A che pro tutto questo?  Forse a nulla. Ma oggi, durante l’ora di educazione musicale il maestro di canto ha proposto questa canzone agli alunni e, mentre loro cantavano, sarà per deformazione professionale sarà perché la mia mente ha la brutta abitudine di andarsene a zonzo, non ho potuto fare a meno di associare questo "pulcino zoppo" a tutti quei soggetti diversabili la cui nascita procura alle famiglie molto dolore. Ogni verso, ogni rigo di quella canzone racchiude dentro un grandissimo significato e racconta, con linguaggio infantile, tre grandi verità:
1. La sensibilità tutta femminile e l’amore della mamma ( è la mamma che notando il "difetto" del pulcino si attiva affinché lo stesso non lo viva come un problema e ci riesce trovando l’alternativa: se non riesci a camminare, allora vuol dire che ballerai).
2. Il padre è quello che di solito vive, ancor più della madre, il disagio di avere un figlio "diverso" . Disagio che in questo caso riesce a superare grazie all’inventiva pratica della donna e che alla fine lo porta ad essere felice di quella nascita e ad organizzare una festa (Quante volte i genitori, i nonni, i parenti stretti si vergognano di dire, far vedere e portare in giro un bambino "menomato", ove il termine non viene usato in senso dispregiativo ma proprio per indicare che nel soggetto c’è qualcosa in meno… meno udito, meno vista, meno capacità motoria).
3. L’acquisita capacità, del pulcino, nel ballo, porta gioia in tutto il pollaio e lui viene accettato ed accolto nella comunità. Non solo, egli crea con questa sua capacità un momento di condivisione e di gioia per tutti. E’ quella "risorsa in più" che insegna a tutti come le conquiste siano possibili . Basta l’Amore, la dedizione e la collaborazione.
Se si perde loro – i ragazzi più difficili – la scuola non è più scuola. E’ un ospedale che cura
 i sani  e respinge i malati.(Don Lorenzo  Milani, Lettera a una professoressa)

Bella canzone, davvero. Si potrebbe farne l’inno dei diversabili. Che ne dite?

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