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L’ipocrisia leghista


La lega protesta col governo. Il Ministero smentisce che il peschereccio sia stato attaccato…e questa testimonianza allora cos’è?
Quanto gioca sporco chi ha svenduto non solo l’Italia ma anche carne umana a Gheddafi?
Articolo pubblicato su Repubblica.it

IL RACCONTO

"Noi finanzieri ostaggi di Tripoli
su quelle navi non vogliamo salire"

La testimonianza di un ufficiale
impegnato nei pattugliamenti congiunti: "I libici si comportano come se
fossero i padroni. Quello che è successo è incredibile"

dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO

"Noi finanzieri ostaggi di Tripoli su quelle navi non vogliamo salire"

LAMPEDUSA – "Sparare è l’ultima
ratio, in casi di enorme pericolo. Ma di certo un peschereccio non
poteva rappresentare un pericolo. Volevano bloccarlo? Ci sono tecniche
che lo permettono, senza l’uso delle armi. Ma sa qual è la cosa più
triste? Mentre i libici sparavano i miei colleghi a bordo erano
impotenti. Perché non potevano fare nulla, non potevano intervenire.
Abbiamo le mani legate: il nostro unico compito è di insegnare ai
militari di Tripoli a governare quelle motovedette di 28 metri che il
nostro governo ha ceduto a quello libico. Ho parlato con i miei colleghi
a bordo e le posso assicurare che sono, a dir poco, sconcertati e non
vedono l’ora di rientrare in Italia. Anche perché nei nostri confronti i
libici non si comportano certo bene. Siamo sistemati in un albergo, ma è
tutto recintato, è una sorta di prigione dalla quale usciamo soltanto
per andare in mare con loro per le attività programmate".

Chi
parla è un luogotenente della Guardia di Finanza, 45 anni, oltre la metà
trascorsi in mare in servizi di pattugliamento nel Canale di Sicilia.
L’ufficiale ha due figli e tante esperienze vissute in mare. Vita dura
perché è ancora impegnato nei servizi di respingimento degli
extracomunitari che vengono bloccati fuori dalle nostre acque
territoriali e ricondotti in Libia. "Quel che è accaduto l’altro ieri è
davvero incredibile, purtroppo noi siamo comandati a fare quei servizi e
siamo costretti a salire a bordo di quelle imbarcazioni, perché
gli accordi tra il governo libico e quello italiano lo
prevedono". L’ufficiale racconta che su ognuno di quei mezzi salgono
cinque o sei italiani. "Ognuno di noi ha un preciso compito: occuparsi
dei sistemi di comunicazione, della condotta della motovedetta, dei
propulsori e di altri aspetti tecnici. Non possiamo interferire per
nessuna ragione. A bordo, come a terra, i libici si comportano da
"padroni", spesso arroganti e scostanti. E noi dobbiamo sopportare. I
soldi in più che guadagniamo in queste missioni non valgono proprio il
gioco. Soprattutto quando, com’è accaduto l’altro ieri, dobbiamo
assistere impotenti a un tentativo di abbordaggio con l’uso delle armi,
le nostre armi, contro dei connazionali indifesi. Tutto ciò non si può
sopportare".

I finanzieri tentano, quando hanno sentore che si
salpa per operazioni particolari, di non salire a bordo. "Proprio per
evitare di assistere a episodi come quello di domenica. Ormai i militari
libici li conosciamo un po’ e sappiamo che quando si salpa verso certe
direzioni si va incontro a dei guai. E quando abbiamo qualche dubbio,
per un motivo o per un altro, ci rifiutiamo di salire a bordo con loro.
L’altro ieri evidentemente i miei colleghi non hanno sospettato nulla". I
nostri militari che svolgono servizi di pattugliamento anti
immigrazione si trovano tra due fuochi. Da un lato ci sono gli ordini "e
gli ordini devono essere, volenti o nolenti, rispettati". Ma da quando
la Procura di Siracusa ha indagato alcuni militari della Guardia di
Finanza per avere "respinto" in mare extracomunitari intercettati in
acque internazionali, sono ancora più in difficoltà.

"Cosa
dobbiamo fare? Se non li respingiamo incorriamo in provvedimenti
disciplinari, se li respingiamo veniamo indagati. Ed allora come
uscirne? Questa storia dei respingimenti è uno dei servizi più crudeli
che svolgiamo. E da molti mesi si registrano casi di "ammutinamento" nel
senso che molti pattugliatori, che dovevano salpare dai porti liguri o
toscani per darci il cambio, non partono proprio. I nostri colleghi,
giustamente, si rifiutano di svolgere questo servizio "infame" che non
ci fa dormire la notte. Ma per non salpare ci vuole un motivo plausibile
e quindi spesso il comandante o qualche ufficiale indispensabile si
"ammalano". Oppure sull’imbarcazione si verifica un "problema tecnico"".
Anche in mare si trovano delle scorciatoie per non eseguire i
"respingimenti". "Questo, come detto, è un servizio ‘infame’, ed allora
ognuno di noi si assume delle responsabilità, dei rischi. Per cui se
possiamo appigliarci a qualcosa lo facciamo, trasferendo a bordo gli
extracomunitari che incontriamo in mare, per motivi di sicurezza e
soprattutto per motivi sanitari. Ma anche questo lavoro non è facile
perché molti dei clandestini sono disposti a tutto, hanno paura che li
riportiamo in Libia ed allora minacciano di uccidersi davanti a noi.
Anche donne con in braccio i loro bambini, che ci pregano di salvarli.
Ci dicono che sono pronte a lasciarsi annegare insieme ai figli. Davanti
a queste situazioni, cosa fai? Io sono un militare, ma soprattutto un
uomo, un padre. E a costo di rischiare provvedimenti disciplinari, non
lo farò mai più. Un giorno o l’altro dovrò rendere conto a qualcuno ed
io voglio avere la coscienza pulita".

(15 settembre 2010)