Panararu! (dai ricordi dell’ultima guerra)


limoni1906– Panararu! Ammia! Ohoo!…

Così chiamavano degli uomini, vestiti coi ruvidi panni della fatica, arrampicati sui verdi e frondosi alberi dei limoni, carichi dei bei frutti gialli, che essi staccavano delicatamente, per non farne sprizzare la preziosa essenza della lucida buccia, disponendoli in panieri foderati di grossa tela, pendenti da rozzi uncini attaccati qua e là nei rami.

– Panararu! Ammia! Ohoo!…

Era come un canto dalle lunghe note meste e piane, che echeggiava, a intervalli, in uno dei vasti agrumeti di Sicilia, scendendo giù per la vallata verdeggiante, lambita dal mare azzurro e cheto, dove dei gabbiani candidi, sfiorando col volo capriccioso le onde tremule, erano intenti alla pesca.

A quello strano appello, dalla cadenza dolce e malinconica, accorrevano a stuolo, sotto gli alberi bassi dall’oscuro fogliame, i panarari: dei bambini dagli otto ai dieci anni, laceri, scalzi, ma vispi e lieti come uccellini, che avevano l’incarico di togliere dagli uncini pendenti da una fune, i panieri già pieni di frutti fragranti, portarli giù sul prato verde di trifoglio, e ammucchiare i limoni, così, come piccole montagne d’oro, e poi tornar di corsa sotto l’albero profumato di zagara, per appendere nuovamente agli uncini oscillanti i panieri già vuoti che presto tornavano a riempirsi.

Paulu era il più solerte ed attivo fra i panarari di quella ciurma: bel bambino sui nove anni, bruno, dall’occhio nero, egli aveva il padre sotto le armi, e lo pensava sempre mentre lavorava, dall’alba al tramonto, nei verdi giardini fioriti. Lavorava e ricordava Paulu, e con lui lavorava e ricordava la nonna: quella vecchietta arzilla, dalla testa grigia, che laggiù, sul prato verde, seduta accanto ai mucchi gialli dei limoni, tagliava sollecitamente il picciuolo al frutto e , con uno sbalzo, come se fosse leggera palla, lo faceva saltare in grembo ad una compagna, la quale, dopo averlo girato e rigirato fra le mani, guardandolo attentamente per vedere se il frutto era sano e senza macchia alcuna, lo avvolgeva gentilmente nella carta leggera, a fiorami, deponendolo in una cassetta di legno con gli altri.

Le casse di limoni, intanto, si ammucchiavano anch’esse, e vi era un operaio che le chiudeva e le inchiodava, cantando allegramente.

Venivano poi i graziosi carretti siciliani, dipinti a gai colori, tirati da cavalli bardati di rosso, di verde, adorni di fiocchi azzurri e granellini d’oro; e le piccole e fragili casse erano trasportate alle stazioni ferroviarie più vicine, per andare lontano, lontano…

Paulu, ogni volta, guardava pensoso i carretti variopinti, che si allontanavano al trotto dei cavalli adorni di nastri smaglianti e, dacché era partito il suo babbo, rimaneva a fantasticare con strana malinconia…

Sapeva che quelle rozze casse avrebbero viaggiato molto: parte di esse dovevano andare nella lontana America, altre in Inghilterra, altre, infine, dovevano giungere in Isvizzera, passando per Milano.

Milano!… la p20140706_224121opolosa e bella città che aveva nel cuore, perché là trovavasi, ferito, in uno dei grandi ospedali, suo padre, e si trovava là da mesi, dopo aver valorosamente combattuto sulle montagne del Trentino.

Ora, quel giorno, compivano due mesi che il padre non scriveva più di suo pugno. Paulu era triste, non fischiettava più, portando, infilati nelle braccia robuste, i panieri pesanti di limoni, e guardava, con occhi mesti, la nonnina a testa china, zitta zitta, che tagliava presto presto il gambo ai limoni, palleggiandoli come un automa.

Povera nonna! Invano il cielo azzurro e senza una nube diceva che la primavera era giunta, invano le margheritine del prato occhieggiavano attorno a lei, profumando l’aria, il suo cuore era stretto, stretto, perché non sapeva più nulla del figliuolo, e notte e giorno si chiedeva quale poteva essere la ferita che faceva soffrire tanto il suo baldo artigliere, che si era guadagnato, altre volte, una bella medaglia d’argento laggiù in Libia…

Ohooo! Panararu! – Il tramonto era vicino ed il lavoro febbrile: Paulu, instancabile e vigile, correva primo all’appello, benchè si sentisse tanto triste; i suoi piedini scalzi andavano solleciti sul suolo ineguale ed erboso, portandolo da un albero all’altro, per staccare panieri, ed il suo pensiero andava pure lontano… Diverrebbe anch’egli, col tempo, un forte artigliere? Vedrebbe Milano, la rumorosa ed operosa città, che suo padre gli aveva descritto l’ altro anno, nei brevi giorni di licenza?

Correva, fantasticando, l’umile panararu, e non sapeva che il suo buon babbo era vicino; non sapeva che suo padre saliva, col cuore palpitante di emozione, il fiorito sentiero, che dalla valle conduceva alla collina, e si avvicinava al ben noto giardino, dove per tanti anni aveva lavorato durante la raccolta, e dove sapeva di trovare la madre e il figlioletto che anelava di stringere al cuore.

Oh! come tutto era verde! Le roselline di macchia costellavano le siepi dei fichidindia; le primule, già sonnacchiose, chiudevano i petali rosati accanto alle viole, ma le farfalle, ancora ingorde di miele, si cullavano con indolenza sui candidi cespi della zagara, mentre fringuelli e capinere raccoglievano il volo verso il nido lanciando dei trilli gioiosi.

Com’erano lontani gli alti picchi nevosi delle Alpi e le trincee oscure dove si viveva continuamente nell’ansia e nell’attesa!

– Viva l’ Italia! – il grido uscì sonoro dal forte petto del buon soldato, che tornava, forse per sempre, alla famigliuola, al suo paesello. Forse per sempre, sì!
– Viva l’Italia!- a quel grido saltarono lesti giù dagli alberi gli uomini occupati alla raccolta, corsero a frotta i vispi panarari intorno al soldato, corsero la madre e Paulu come inebetiti.

– Compari Giovanni!

– Figlio mio!

– Babbo!

Le diverse esclamazioni s’incrociarono con espressioni di giubilo e di sorpresa.

– Eccomi qui! – e non seppe dire altro il soldato reduce dalla grande guerra; poi, stendendo il braccio sinistro, strinse al petto la madre e il figliuoletto, baciando la testa grigia della vecchia e i ricci bruni del fanciullo.

Tutti avevano gli occhi molli di pianto; i panarari, un momento prima vispi e garruli come passerotti, erano ammutoliti a quel ritorno improvviso.

– E quella mano, la destra, perché la tieni nascosta dentro la giubba? – chiede la madre, scostandosi da lui e guardandolo fisso, palpitante ed ansiosa.

Giovanni non rispose, ma Paulu comprese tutto: era un ragazzo intelligente e perspicace, e già nel paese aveva sentito buccinare qualche cosa. Allora, alzandosi sulla punta dei piedini, baciò il braccio destro del padre, e delicatamente tirò, con le sue ruvide manine, da dove stava nascosta con tanta cura, una mano… che non aveva più dita!
Ma che importava? Il bambino la baciò lo stesso e pianse.

– Perché piangi, Paulu?… pensa quanti bambini come te non vedranno più il babbo ed io invece son qui, a te vicino, cuor mio!…20140706_230011

Ma le lacrime seguitavano a sgorgare dai grandi occhi di Paulu, egli non sapeva spiegarsi perché piangeva: era tanto commosso!

Poi disse, stringendosi ancora di più al padre:

– Saprò lavorare come voi, col tempo, e vi aiuterò come meritate, babbo, e vi vorrò ancora più bene!
– Figliuol mio benedetto, se sapessi che bene mi fanno le tue parole! Ma del resto io potrò lavorare ancora!
E l’umile soldato, sciogliendosi dal tenero abbraccio della madre e del figlio diletto, salì sorridendo la scala a piuoli, appoggiata al vicino albero, infilò nel braccio destro uno dei panieri vuoti e staccando, a uno a uno, con la mano sinistra i fragranti limoni, gridò lietamente, volgendosi ai fanciulli che stavano, meravigliati, a guardarlo col nasino in sù:

– Al lavoro! Viva l’ Italia! Panarari a me!

Il grido dolce e malinconico, come breve inno glorificante il lavoro, l’amor patrio, i più puri affetti, eccheggiò ancora nel vasto agrumeto, che il sole al tramonto avvolgeva di aurei veli; scese giù nella valle silenziosa, e si perdette nel mare lontano, su cui sorvolavano ancora i bianchi gabbiani.
(Clara Scoppa ,  Sotto il cielo di Sicilia – Palermo – Ant. Trimarchi – Editore , 1928 – Anno VI)

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...