Una conversazione tenuta stamane con un professore mi ha riportato indietro nel tempo e al riaffiorare di esperienze didattiche vissute. Poi, come accade in questi casi, i pensieri intrecciano una rete connettiva andando a ritroso e in avanti e ti portano ad alcune riflessioni.
Da quando frequento i social, quindi gli ultimi 10 anni prima che FB et similia prendesse il sopravvento sui blog (da “window live” a “deejayblog” a “space” .. vabbeh che quello forse fu uno dei primi a carattere “tematico”, lì si incontravano, e si incontrano, musicisti, cantanti ed amanti della musica), dicevo che da quando frequento i social non ho fatto altro che sentire lagnanze sulla scuola e sui docenti, ma quanti di questi Salomone conoscono le vicissitudini che i docenti e gli alunni hanno vissuto? Mi riferisco alle continue riforme che ogni governo ha portato avanti anche in merito ai modelli di Progettazione Didattica. Modelli di cui non si è mai potuto valutarne l’efficacia in quanto con sistematicità e meticolosità certosina ogni due anni, ad ogni avvicendarsi di “illuminati” al MIUR, venivano modificati. Abbiamo avuto la programmazione didattica per “nodi concettuali”, per UDA (unità di apprendimento, la beata Letizia Moratti lo ricorderà), per obiettivi, per contenuti, per arrivare, oggi, alla didattica per competenze, alle flipped classroom, al Peer to Peer. E come sempre si fanno avanti gli esperti, come è giusto che sia, per aggiornare i docenti. Il problema è che un alunno che trascorre ben 15-16 anni nella Scuola Pubblica ha vissuto sulla sua pelle ben tre, quattro tipi diversi di programmazione. Poi arriva l’Invalsi e ci dice che gli alunni italiani sono i peggiori in Europa e la colpa è degli insegnanti e degli alunni. Qualcosa non torna… ci rifletterò sopra…