Quando le parole non hanno senso


8e313fa0-a167-4da9-9ab9-500f1926c2f5-originalNon è sufficiente dire: “Sono vicina a Voi”…
Non hanno senso le parole quando si soffre, perché il dolore è personale e non si alleggerisce sapendo che qualcuno “è vicino a noi”.
Il dolore è lì, pesa come un macigno sul nostro cuore, annienta i pensieri, ti lascia sveglio la notte a rigirarti nel letto. La sofferenza fatica a trovare la luce. Chi c’è passato sa che alla fine si esce dal tunnel, alla fine la nigredo porterà alla trasformazione ed alla subliminazione del dolore, ma chi sta dentro il crogiolo a cuocere sulla fiamma viva del dolore non lo sa… e non ha senso dirle: Ti sono vicina. Non bastano le parole.
No, per questa umanità sofferente le parole non contano.
Non hanno senso.
La risposta, in questo caso, deve essere pragmatica, logica, razionale ed è una risposta che può dare solo chi occupa la stanza dei bottoni.
C’è un peccato che la Chiesa Cattolica condanna, è un peccato “capitale”: l’ Accidia.
L’accidia è il rifuggire dalle proprie responsabilità, è quel non fare nulla per modificare uno stato di cose che si ritiene siano impossibili da modificare.
L’accidia è il più grosso peccato che commette non solo la classe politica ma anche la classe dirigenziale che pur di non avere problemi preferisce non fare nulla.
Poi ci sono quelli che, trovandosi di fronte a persone con problemi legati all’esistenza, si sentono di dare come consiglio quello di “scappare”. La fuga viene vista come l’unica alternativa, essa non è altro che l’illusione di trovare altrove la “liberazione”, dalla personale crisi esistenziale. Mentre l’unica cosa saggia da fare sarebbe quella di prendere coscienza dei propri limiti e di trovare dentro noi stessi le enormi possibilità e capacità che abbiamo.
I rimedi per l’accidia ci sono e sono: la pazienza e la stabilità.
La stabilità è la capacità di perseverare, di continuare un cammino anche se si è tentati di interrompere la via che si è intrapresa. E un tempo in cui ci è data la possibilità di perseverare è il quotidiano: rimanere nel quotidiano, senza “sognare la vita” fuggendo dalla sua precarietà. Ciò comporta una rinuncia a tutte quelle illusioni che ci appaiono come alternative al presente; comporta accettare se stessi e l’altro; comporta accogliere le fatiche dei propri impegni o il peso della comunità in cui siamo inseriti.
Impegni e pesi che la nostra classe dirigenziale, governativa e non, dovrebbe iniziare a prendere.
Da quanto tempo lo si va dicendo?
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