Lombroso tra scienza e follia


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Esempi di fisiognomica di criminali, secondo Lombroso: Rivoluzionari e criminali politici, matti e folli

Riflettevo sugli studi, a livello della “pazzia” del Lombroso. Quel suo perseguire un idea e fare di tutto per avvallarla, fino ad arrivare al punto di procurarsi teschi e cervelli in modo illecito. Come spesso mi accade, cercavo di approfondire un po’ le caratteristiche del personaggio, in un certo senso procedendo in linea con il suo pensiero. Non mi raccapezzo come le sue teorie sull’atavismo e “l’ereditarietà” della delinquenza possano aver avuto tanto successo fino a creare in molti italiani la convinzione che il meridionale è “brutto, sporco, cattivo e… intellettualmente inferiore. Ricordiamo e teniamo bene a mente che:

-“La teoria dell’uomo delinquente fu formulata anche a scopo ideologico. Lombroso voleva inserirsi nel dibattito politico di quegli anni per aiutare, con il supporto della scienza, l’Italia postunitaria sul fronte del controllo sociale, e risolvere una volta per tutte il fenomeno della questione meridionale e del brigantaggio postunitario. Questa impostazione gli attirò severe critiche da parte di noti intellettuali dell’epoca. Nonostante le sue radici socialiste, fu aspramente criticato da Napoleone Colajanni, che raccolse in un libro i suoi biasimi , e da Antonio Gramsci, che nel 1926 scrisse: “È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale”… Anche Lev Nikolaevic Tolstoj (che in base alla bruttezza lui aveva classificato «di aspetto cretinoso o degenerato») arrivò a definirlo come un «vecchietto ingenuo e limitato»”-
Adesso, pur riconoscendogli il “merito” di aver dato origine allo studio della “criminologia scientifica” e non dimenticando che è stato radiato dalla Società italiana di Antropologia ed Etnologia, lascio da parte queste considerazioni e mi concentro su questa sua affermazione (badate che cose interessanti ne ha dette, glielo riconosco, ma mantengo col soggetto le debite distanze, sia mai volesse analizzare il mio cervello!):
“[…] la truffa è una trasformazione evolutiva, civile, se si vuole, del delitto, che ha perduto tutta la crudeltà, la durezza dell’uomo primitivo di cui il reo-nato è l’immagine, sostituendovi quell’avidità, quell’abito della menzogna, che vanno sventuratamente diventando un costume, una tendenza generale, salvo che in costoro è più concentrata e con intenti più dannosi (…) Invero se passiamo dalle vallate remote alle città e dalle città piccole alle capitali, vediamo, dal più piccolo al più grande, farsi sempre più gigante la menzogna commerciale, la truffa, insomma, in piccola scala; e nelle società più elevate, sotto forma di Banche per azioni, la truffa vera, gigantesca, è in permanenza alle spalle dei gonzi, garantita coi nomi più altisonanti e più venerati se non venerabili”. (Saggio del 1893 intitolato “Sui recenti processi bancari di Roma e Parigi”, scritto con Guglielmo Ferrero).
Lombroso si rendeva conto che per spiegare tali fenomeni non si poteva ricorrere ai caratteri criminali atavici o degenerativi, ma occorreva considerare la figura del delinquente occasionale, su cui influivano soprattutto fattori ambientali, sociali e culturali, in questo anticipando gli studi sulla criminalità economica, che avrebbero trovato una matura espressione circa mezzo secolo più tardi.
E qui sono d’accordo con lui. Gli studi sociali arrivano alle stesse conclusioni formulate dal nostro.
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