Riflettendo tra metodologia e didattica


Human brain and colorful question markIo penso che un insegnante che ha ricevuto un’ottima preparazione metodologico-didattica, che ha studiato seriamente la pedagogia, la psicologia, la sociologia (la dinamica dei gruppi) trovandosi da solo nella classe sa benissimo come e cosa fare per crescere individui che sapranno abbinare la creatività alla logica.
Quello che richiede la didattica per “competenze” non è nulla di diverso da ciò che la scuola “informata” fa quotidianamente senza aver mai pensato di documentarlo o certificarlo per farne business…
E’ anche vero che questi docenti “motivati” e non appiattiti da anni e anni di leggi, riforme e riformine, corsi di aggiornamento (liberi o imposti sempre per fare business) sono a macchia di leopardo.
Mi chiedo: Quante scuole si potrebbero “innovare” con strumenti compensativi e accessori moderni ed efficienti invece di spenderli in snervanti corsi di formazione che si scontrano poi con una realtà scolastica fatiscente? (ad esempio, perché si parla di apprendimenti in cooperative learning, di didattica per gruppi, di flipped classroom, mentre i banchi continuano ad essere disposti nelle aule come nel 1925?)
La metodologia, le strategie per pervenire a soluzioni condivisibili da tutti, nell’ ambiente in cui si opera, con aderenza alla realtà locale e territoriale, dovrebbero nascere all’interno di ogni singola istituzione scolastica, collegialmente e non individualmente nè calati tout court dall’alto. I docenti, in molte realtà di periferia, si “arrampicano” sugli specchi per rendere le lezioni accattivanti e coinvolgenti, senza le quali nessun apprendimento si può dire davvero conseguito.
Eppure, continuo a leggere di qualche “dottore” illuminato che vuole presentarci il “suo metodo” di insegnamento mentre ancora molti docenti continuano a fare corsi di aggiornamento sulla didattica per competenze.
Ed a proposito della didattica per competenze mi chiedo, che senso ha parlare di “didattica per competenze” alla scuola primaria?

[cit.]Il concetto di didattica per competenze comincia ad affermarsi intorno alla metà degli anni ’90, nei documenti dell’Unione Europea, come il Libro bianco sull’istruzione e formazione a cura di Edith Cresson, allora Commissario Europeo con delega alla scienza, ricerca ed educazione, in cui si legge: «In tutti i paesi d’Europa si cercano di identificare le “competenze chiave” e di trovare i mezzi migliori di acquisirle, certificarle e valutarle. Viene proposto di mettere in atto un processo europeo che permetta di confrontare e diffondere queste definizioni, questi metodi e queste pratiche».

L’idea di competenza deriva dall’ambito lavorativo, dove indica “il patrimonio complessivo di risorse di un individuo nel momento in cui affronta una prestazione lavorativa o il suo percorso professionale”.

La scuola, e la scuola Primaria, in particolar modo, non sono “fabbriche” in cui si formano macchine-robot ma un giardino dove crescono piante di ogni specie (dalle orchidee ai cespugli selvatici), la scuola deve aver cura di loro secondo le loro necessità, non si può pretendere, né avere la presunzione, di far diventare le orchidee piante selvatiche così come non si deve avere l’arroganza di trasformare le piante selvatiche in orchidee.
Quello che la scuola può fare è un’azione di architettura floreale per rendere il giardino armonioso dove anche i cespugli selvatici trovano un posto che dia loro la dignità e il diritto all’esistenza.
La Raccomandazione del Parlamento Europeo del 2006 ha definito, nell’ambito del processo di Lisbona, quali siano le competenze chiave per la cittadinanza europea:

1. Comunicazione nella madrelingua

2. Comunicazione nelle lingue straniere

3. Competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia

4. Competenza digitale

5. Imparare a imparare

6. Competenze interpersonali, interculturali e sociali e competenza civica

7. Spirito di Iniziativa e Imprenditorialità

8. Espressione culturale.

Ricordo una delle tante Presidi che ho incontrato nei miei anni lavorativi che diceva:
“Tutti gli alunni devono arrivare a Roma, come ci arrivino: con la bicicletta, in treno, con l’aereo, a piedi è un problema del docente… incontrarli tutti a Roma è la Finalità della Scuola, quello che interessa a me”.

Adesso il punto è: Tutti gli individui devono trovare il loro posto nel mondo del lavoro al fine di vivere dignitosamente la loro condizione umana. Finalità della Scuola Primaria è quella di metterli in condizioni di conoscere il mondo e imparare a riflettere ed a conoscere se stessi e come può farlo se prima non glielo fa esplorare?
Piccoli Robison Crousé, come potranno costruire una barca se prima non avranno esplorato l’isola per vedere cosa offre, quali  i materiali che potranno utilizzare per sopravvivere? Come faranno a difendersi se non sanno da chi e da cosa?
Allora, come dico sempre ai miei alunni: Siate curiosi, non smettete mai di chiedere, sorprendervi, interrogarvi e interrogarci. Solo così il Sapere è motivato e stimolato e il Pensiero nutrito.
 

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno ed imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

Sono  una estimatrice del Metodo Montessori e che ha a mente la sintesi del suo pensiero: “Aiutami a fare da me!”

Educare, per ogni maestra montessoriana, significa aiutare i bambini a divenire consapevoli del dono che già possiedono e a svilupparlo durante il corso della loro vita. L’educazione è un’educazione per la vita: è il diventare consapevoli di noi stessi, del posto che occupiamo fra tutte le cose che ci circondano, nella società e nell’universo intero.
Lasciamo allora che gli studenti dimostrino le loro competenze alla fine del loro percorso scolastico dopo aver esplorato il ventre della Terra.

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