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Io me la cavo, a modo mio


Quest’anno mi sono trovata, mio malgrado, a dover lavorare in una scuola da “Io speriamo che me la cavo”. Nulla da eccepire per una che, come me, considera la sua professione alla stregua di una missione… La cosa che mi indigna è che pur avendo a disposizione i mezzi per realizzare una didattica innovativa che vada oltre i banchi e la cattedra, ti tocca vedere una stanza adibita a materiale di scarico, dove, ammassati senza alcuna cura trovi computer nuovi (con installato window 10), scrivanie addossate una sull’altra e … aspetti.

Aspetti che venga un addetto, inviato dai “piani alti”, a sistemare l’aula di informatica. Poi, ti svegli e decidi che sei stanca di aspettare e che anche questi bambini hanno gli stessi diritti di bambini più “fortunati”.

Allora ti rimbocchi le maniche, chiedi aiuto a due colleghe volenterose e….voilà, oggi ho fatto la gioia dei miei alunni, e per festeggiare: Tutti a giocare col pc…

Scriveva Andrea Canevaro che è la società che crea l’handicap quando non mette il disablle in condizioni tali per poter interagire col mondo, la cosa più grave è quando questo lo fa la Scuola Pubblica, quella scuola che, come denunciava Don Milani, cura i sani e respinge gli ammalati.

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Spigolando nel campo pedagogico


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Maria Montessori, forse, entra troppo poco nelle nostre scuole.

Ristudiando mi rendo conto, con meraviglia, di quanto il mio modo di fare e di intendere l’insegnamento sia contaminato dal suo pensiero, non solo, prendo coscienza di quanto i vari pedagogisti, educatori, insegnanti siano stati importanti nel mio percorso professionale.

Alla fine ciascuno di loro, condividendo esperienze e pensieri, mi hanno aiutato, e mi aiutano, a restare con i riflettori puntati sul bambino e non su di me.

Il focus è la sua mano, la sua mente, la SUA libertà che va sempre rispettata.

Non possiamo esigere rispetto se non siamo i primi a rispettare i bambini. Questa non è una verità nata oggi, ma la si trova già anche nel Vangelo. Quanto potremmo imparare ed autocorreggerci, così come insegnava Montessori e Rodari, se solo ci impegnassimo a leggere di più, a riflettere di più su ciò che leggiamo!
Maestri il Mondo ne ha avuti tanti, Maestri che non avevano bisogno della ribalta per splendere di luce propria e non riflessa.

Maestri che hanno tenuto alta la fiaccola sul moggio, ma gli uomini camminano a testa bassa e vivono in quella zona fatta di ombre scambiandole per l’unica e sola realtà…

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Pane e marmellata o pane e olio?


Fette-biscottate-e-marmellata-500x444Chi ha esperito la vittoria dopo la fatica conosce quanto sia duro il cammino, la lotta, per uscire dal tunnel in cui la vita l’ha cacciato.

Ci sono tantissimi bambini che per motivi più o meno riconosciuti e certificati dalla “scienza medica” sono cresciuti, e crescono, come “figli di un dio minore”.

Ci sono mamme che hanno trascorso, e trascorrono, notte insonni nel tormento e nell’angoscia chiedendosi come fare per aiutarli. Quelle lacrime notturne, quelle angosce, sono quelle che danno la forza di alzarsi al mattino e dedicarsi a loro. E non ci sono tempi, non ci sono pause durante il giorno, che giustifichino il “non-intervento” che gli consenta di superare le loro disabilità. Perché la disabilità la si supera, anche se non la si elimina, e la si supera quotidianamente a costo di fatica, di rinunce, di sacrifici.

Nessuno può comprendere la difficoltà, il lavoro che questi bambini compiono per non essere identificati e catalogati con il loro deficit (sensoriale, motorio o psichico). Nessuno pensa di mandarli in vacanza… mai. Per loro ogni giorno, ogni istante, è scuola ed ogni giorno può avere il suo momento di “vacanza”. Ma non è la vacanza al mare o in montagna… E’ la vacanza dal dolore in un attimo di “gioia”. Quella gioia pura che ogni mamma prova davanti al più piccolo progresso verso l’autonomia del proprio figlio, della propria figlia.

Quando poi, da adulti, riescono a camminare con le proprie gambe, a realizzare da soli il loro futuro, allora ti complimenti con te stessa per la forza, la tenacia, la caparbietà con cui hai affrontato tutto e tutti. La società scolastica in primis.

Pensando a queste mamme-coraggio, a questi figli a cui la vita ha negato la gioia di vivere una fanciullezza piena io mi indigno, e continuerò ad indignarmi, contro il movimento messo su da Parodi e dai suoi seguaci che vogliono crescere figli bamboccioni. Che pensano che “regalando” loro più ore di ozio ne fanno figli sani e istruiti. L’istruzione non è un optional e non la si ottiene come se fosse una spalmata di marmellata sulla fetta biscottata.

L’istruzione è fatica mentale in primis e poi…fisica.

Non dico che i bambini, i ragazzi, debbano stare incollati alla sedia dieci ore al giorno, come fanno nei Paesi asiatici… ma nemmeno si può pretendere di mandarli 5 ore a scuola e poi oziare, bighellonare per il resto delle 19 ore! Specialmente quando questo bighellonare lo si fa davanti al computer, alla play station o alla Tv.
Nel libro dell’ Ecclesiaste (Qoelet) si dice che c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Ma il tempo non è altro che una categoria del pensiero razionale, una forma-idea, così come lo spazio. Tutto è relativo in questo mondo. La stessa percezione che abbiamo del tempo svanisce e si perde davanti all’infinità dell’Universo e lo vedranno i nostri pro-pro-nipoti – se il progresso scientifico non verrà interrotto per un Apocalypse now – quando si potranno teletrasportare nello spazio in un nano secondo… ma per farlo devono “studiare”, applicarsi con tanto di olio di gomito.

Dedicata a mio figlio Daniele

[#AngeliKamente pensiero pedagogico]

 

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E’ suonata la campanella


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Quando non comprendi cosa ha fatto bere, la collega del turno antimeridiano, durante la merenda agli alunni.

Oggi, dopo che se ne è andata via è suonata la campanella per la mensa e uno fa:

-“Maestra è suonata la campanella!”… dopo di lui un’altra voce:

-“Maestra è suonata la campanella!”… e quindi una terza: -“Maestra è suonata la campanella!”…

Li guardo interdetta, smetto di spiegare e inizio a chiedere a ognuno:

-“Cosa è successo?”- E ciascuno di loro mi rispondeva:

-“E’ suonata la campanella!”…

Ero arrivata a chiederlo per la 15 volta quando si alza D. e fa: -“Maestra, devo dirti una cosa seria e importante!”…

Allora cerco di frenare l’ilarità della classe invitando tutti al silenzio per ascoltare il compagno mentre gli chiedo: -“Dobbiamo prepararci i fazzoletti per piangere?”

Bum… un altro scoppio di risate…

-“No, no” – mi fa -“Ma è una cosa seria e importante!”

Reinvito tutti al silenzio e D. dice:

-“Maestra è suonata la campanella!”

#ariadiprimaveraascuola#alunnieuforici

della serie #quandosuonalacampanella e loro non vedono l’ora di alzarsi dal banco…

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Saliamo sulla cattedra


Facebook mi ripropone oggi un post che scrissi due anni fa:

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Io vado a scuola perché credo che sia mio compito spingere i bambini, i futuri cittadini attivi di questo Paese, non solo a sognare ma a iniziare a costruire un Paese diverso.

Se vogliamo che il Paese esca da questa stagnazione cronica dobbiamo fare in modo di “guarire” i cervelli incancreniti degli italiani adulti.

Se vogliamo adeguarci ad un mondo in continua evoluzione, ad una società liquida e complessa, dobbiamo iniziare a formare già da subito i bambini a vivere in modo completamente diverso da come viviamo, pensiamo, ragioniamo noi.

Se vogliamo stare al passo coi tempi dobbiamo smetterla di voler piegare l’ apprendimento della nuova generazione alle nostre conoscenze. Non dobbiamo pretendere che loro si allineino al nostro pensiero vecchio, rispetto al loro.

Se rimaniamo ancorati al passato (e quanti docenti ci sono che vanno avanti campando di rendita, non solo di lezioni riproposte con la stessa metodologia stantia e vecchia ma anche con fotocopie di cose fatte 10 – 15 anni fa?) non lamentiamoci poi che il Paese non evolve.

Se vogliamo che vi sia crescita sociale ed economica dobbiamo avere il coraggio di rompere gli schemi, di ribellarci al sistema se questo ci vuole ingabbiare in riti burocratici, dobbiamo avere il coraggio di salire sopra la cattedra insieme ai nostri alunni e/o di sederci nei banchi con loro. Occorre una rivoluzione copernicana che ribalti la didattica, e non parlo solo dell’innovazione digitale ma proprio di un capovolgimento nel modo di fare “scuola”… [#AngeliKaMente stanca di stereotipi, cliché e grigia quotidianità, ultima idealista?]

 

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Riflettendo tra metodologia e didattica


Human brain and colorful question markIo penso che un insegnante che ha ricevuto un’ottima preparazione metodologico-didattica, che ha studiato seriamente la pedagogia, la psicologia, la sociologia (la dinamica dei gruppi) trovandosi da solo nella classe sa benissimo come e cosa fare per crescere individui che sapranno abbinare la creatività alla logica.
Quello che richiede la didattica per “competenze” non è nulla di diverso da ciò che la scuola “informata” fa quotidianamente senza aver mai pensato di documentarlo o certificarlo per farne business…
E’ anche vero che questi docenti “motivati” e non appiattiti da anni e anni di leggi, riforme e riformine, corsi di aggiornamento (liberi o imposti sempre per fare business) sono a macchia di leopardo.
Mi chiedo: Quante scuole si potrebbero “innovare” con strumenti compensativi e accessori moderni ed efficienti invece di spenderli in snervanti corsi di formazione che si scontrano poi con una realtà scolastica fatiscente? (ad esempio, perché si parla di apprendimenti in cooperative learning, di didattica per gruppi, di flipped classroom, mentre i banchi continuano ad essere disposti nelle aule come nel 1925?)
La metodologia, le strategie per pervenire a soluzioni condivisibili da tutti, nell’ ambiente in cui si opera, con aderenza alla realtà locale e territoriale, dovrebbero nascere all’interno di ogni singola istituzione scolastica, collegialmente e non individualmente nè calati tout court dall’alto. I docenti, in molte realtà di periferia, si “arrampicano” sugli specchi per rendere le lezioni accattivanti e coinvolgenti, senza le quali nessun apprendimento si può dire davvero conseguito.
Eppure, continuo a leggere di qualche “dottore” illuminato che vuole presentarci il “suo metodo” di insegnamento mentre ancora molti docenti continuano a fare corsi di aggiornamento sulla didattica per competenze.
Ed a proposito della didattica per competenze mi chiedo, che senso ha parlare di “didattica per competenze” alla scuola primaria?

[cit.]Il concetto di didattica per competenze comincia ad affermarsi intorno alla metà degli anni ’90, nei documenti dell’Unione Europea, come il Libro bianco sull’istruzione e formazione a cura di Edith Cresson, allora Commissario Europeo con delega alla scienza, ricerca ed educazione, in cui si legge: «In tutti i paesi d’Europa si cercano di identificare le “competenze chiave” e di trovare i mezzi migliori di acquisirle, certificarle e valutarle. Viene proposto di mettere in atto un processo europeo che permetta di confrontare e diffondere queste definizioni, questi metodi e queste pratiche».

L’idea di competenza deriva dall’ambito lavorativo, dove indica “il patrimonio complessivo di risorse di un individuo nel momento in cui affronta una prestazione lavorativa o il suo percorso professionale”.

La scuola, e la scuola Primaria, in particolar modo, non sono “fabbriche” in cui si formano macchine-robot ma un giardino dove crescono piante di ogni specie (dalle orchidee ai cespugli selvatici), la scuola deve aver cura di loro secondo le loro necessità, non si può pretendere, né avere la presunzione, di far diventare le orchidee piante selvatiche così come non si deve avere l’arroganza di trasformare le piante selvatiche in orchidee.
Quello che la scuola può fare è un’azione di architettura floreale per rendere il giardino armonioso dove anche i cespugli selvatici trovano un posto che dia loro la dignità e il diritto all’esistenza.
La Raccomandazione del Parlamento Europeo del 2006 ha definito, nell’ambito del processo di Lisbona, quali siano le competenze chiave per la cittadinanza europea:

1. Comunicazione nella madrelingua

2. Comunicazione nelle lingue straniere

3. Competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia

4. Competenza digitale

5. Imparare a imparare

6. Competenze interpersonali, interculturali e sociali e competenza civica

7. Spirito di Iniziativa e Imprenditorialità

8. Espressione culturale.

Ricordo una delle tante Presidi che ho incontrato nei miei anni lavorativi che diceva:
“Tutti gli alunni devono arrivare a Roma, come ci arrivino: con la bicicletta, in treno, con l’aereo, a piedi è un problema del docente… incontrarli tutti a Roma è la Finalità della Scuola, quello che interessa a me”.

Adesso il punto è: Tutti gli individui devono trovare il loro posto nel mondo del lavoro al fine di vivere dignitosamente la loro condizione umana. Finalità della Scuola Primaria è quella di metterli in condizioni di conoscere il mondo e imparare a riflettere ed a conoscere se stessi e come può farlo se prima non glielo fa esplorare?
Piccoli Robison Crousé, come potranno costruire una barca se prima non avranno esplorato l’isola per vedere cosa offre, quali  i materiali che potranno utilizzare per sopravvivere? Come faranno a difendersi se non sanno da chi e da cosa?
Allora, come dico sempre ai miei alunni: Siate curiosi, non smettete mai di chiedere, sorprendervi, interrogarvi e interrogarci. Solo così il Sapere è motivato e stimolato e il Pensiero nutrito.
 

Maestra, insegnami il fiore ed il frutto
“Col tempo, ti insegnerò tutto!”.
Insegnami fino al profondo dei mari
“Ti insegno fin dove tu impari!”.
Insegnami il cielo, più su che si può
“Ti insegno fin dove io so!”.
E dove non sai?
“Da lì andiamo insieme
Maestra e scolaro, dall’albero al seme.
Insegno ed imparo, insieme perché
Io insegno se imparo con te!”.

Sono  una estimatrice del Metodo Montessori e che ha a mente la sintesi del suo pensiero: “Aiutami a fare da me!”

Educare, per ogni maestra montessoriana, significa aiutare i bambini a divenire consapevoli del dono che già possiedono e a svilupparlo durante il corso della loro vita. L’educazione è un’educazione per la vita: è il diventare consapevoli di noi stessi, del posto che occupiamo fra tutte le cose che ci circondano, nella società e nell’universo intero.
Lasciamo allora che gli studenti dimostrino le loro competenze alla fine del loro percorso scolastico dopo aver esplorato il ventre della Terra.

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Halloween: il mio punto di vista


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Ogni anno mi tocca leggere la solita polemica tra i denigratori della festa di Halloween che dicono: E’ una pagliacciata, non ci appartiene, non è nella nostra tradizione. La nostra tradizione è quella di Ognissanti, è la Commemorazione dei defunti.

Adesso non meravigliatevi, nè scandalizzatevi, se io, più vi leggo e più vorrei tornare nel mondo dei bambini.

Gli adulti siamo noiosi, ripetitivi, pedanti, lì dove i bambini sono impulso, fantasia, stimolo creativo.

Nella mia classe ogni anno affrontiamo l’argomento ma da una prospettiva molto più “ampia” e, ogni volta che lo faccio, non posso fare a meno di ridere dei luoghi comuni sui quali molti adulti fondano le loro convinzioni.

Con i miei alunni riflettiamo, ragioniamo insieme e colleghiamo le molteplici informazioni in nostro possesso.

Riflettiamo sul perché molti dicono che le festività, religiose o civili, siano riti “pagani” e non hanno tutti i torti in quanto noi sappiamo che festività e riti che noi celebriamo si sono innestati su vecchie celebrazioni e vecchi riti delle civiltà precedenti.

Le testimonianze storiche attestano l’usanza di commemorare i morti già in civiltà antichissime, distanti tra loro per spazio e tempo. Dall’antica Roma, alle civiltà celtiche, fino al Messico e alla Cina, è un proliferare di riti. Origini e riti che si ricollegano all’antica usanza del banchetto funebre, un tempo comune a tutti i popoli indo-europe.

I miei alunni riflettono su come, l’uomo, nomade fin dalla Preistoria, ovunque vada si porta dentro il suo bagaglio culturale, le sue tradizioni e di come “condivida” con gli altri le sue conoscenze (come ad esempio fanno i giapponesi con i loro bonsai).

La storia cambia, muta nel tempo pur mantenendo inalterate le sue radici. Il suo comun denominatore.

E’ vero, Halloween non appartiene alla nostra cultura (e trovo singolare come molti razzisti e xenofobi che vedono le loro convinzioni minacciate dagli immigrati che vengono dai paesi africani poi accettino quello che viene d’oltremanica) più di quanto la Commemorazione dei defunti e la festa di Ognissanti appartenga a chi non è cattolico.
Ma se con certosina pazienza andiamo a ricercare l’origine, la sorgente di quella tradizione scopriamo che la radice è la stessa. Identica. Cambia la forma ma la sostanza è unica per tutti.

Nella nostra tradizione si racconta ai bambini che la notte del 2 novembre i morti lascino le loro tombe e tornino sulla terra a trovare i loro cari recando ai bambini dei dolci particolari. In Sicilia e nel meridione in generale loro portano i celeberrimi ossa dei morti. In Sicilia è tradizione mettere nella calza anche la famosa frutta martorana o pasta reale.

Nei Paesi di origine anglofona questa stessa “visione” , questo passaggio sulla terra di chi si trova nella tomba, nell’oltretomba, avviene il 31 ottobre.

Quindi, come possiamo vedere le due feste differiscono solo nelle date e nelle forme ma non nella sostanza.

La radice è identica!

Allora riflettiamo sul perché e non sul cosa… Perché l’uomo, dalla notte dei tempi, ha costruito questo pensiero. Io, una spiegazione me la sono data.

L’uomo tenta di esorcizzare la paura della morte, dell’ignoto, dell’incognita del suo destino dopo la morte. Le religioni servono prima di tutto a questo. Ci rincuorano, ci danno coraggio quando ci insegnano che non tutto è perso, che la nostra vita continua oltre la morte e che non abbandoneremo mai questa Terra. Tutti ci lamentiamo della vita che facciamo ma, contemporaneamente, vorremmo vivere in eterno e ci attacchiamo alle tradizioni solo con l’illusione di sopravvivere e la paura di tornare e trovare il mondo cambiato.

Vorremmo cristallizzare la Vita non potendo evitare la Morte.

Che si usino queste credenze per esorcizzare la Morte, le nostre paure, è del tutto plausibile. Fa parte della crescita e dell’equilibrio psichico degli uomini e in particolar modo dei bambini. Loro hanno bisogno di sapere che i mostri possono essere controllati. Che i mostri in realtà non sono altro che frutto del pensiero. Quei mostri che turbano i loro sonni e che loro non sanno spiegarsi. Sono i mostri che derivano dal sentirsi abbandonati, trascurati, ignorati. Sono i mostri della deprivazione affettiva, della mancanza di attenzioni e della scarsa partecipazione alla loro crescita. Sono i mostri che nascono quando si pensa al futuro incerto e nebuloso quelli che ci tormentano ad ogni età. I bambini non ne hanno coscienza ma ci sono, li hanno, aumentati dai discorsi preoccupati degli adulti.

Lo vedo a scuola quando dico loro di scrivere la fine di un racconto letto in classe. Sono pochissimi quelli che mi danno conclusioni a “latte e miele”, molti di loro invece parlano di mostri, assassini, sangue, coltelli, alieni…

Allora, lasciamo che i bambini si divertano, divertiamoci insieme a loro e non contro di loro, prima che la Vita vorace piombi come un falco su di loro e li divori.

Buone festività autunnali a tutti.

Pubblicato in: Dalla parte dei bambini, La Scuola vista da me, Riflessioni personali

Il lavoro più importante del mondo


 

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Noi docenti abbiamo la più grande responsabilità nei confronti dell’Umanità… Assumiamocela. Essere Docenti è una “missione”. La Scuola non è, e non deve essere, una mucca da mungere per il proprio interesse personale. Non deve rispondere alle meschinerie del singolo ma all’interesse di tutta la società. Il Nostro lavoro è il più bello del mondo ma anche il più arduo, prendiamone atto. [#AngeliKaMente…]

Pubblicato in: Dalla parte dei bambini, Di tutto un po', La Scuola vista da me, Riflessioni personali

Maestro delle generalizzazioni


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L’Italia, in mancanza di lavoro, vive di demagogia e populismo. Demagogia e populismo sono i due pilastri su cui si costruiscono le “carriere” politiche e si fa business vendendo libri.
Oggi ho avuto il grande onore di essere bloccata da un certo Maurizio Parodi, dirigente scolastico di Genova, famoso per aver aver venduto un libro: Non più compiti a casa. Si definisce pedagogista, e sembra che abbia fatto anche il maestro. non so per quanto, sicuramente per poco… molto poco e tanto tempo fa se lui stesso dichiara: – “Un esempio eclatante, mio figlio era in seconda media, e doveva studiare i complementi, mi ha chiesto un chiarimento e così ho scoperto che rispetto a quando me ne occupavo, come docente, sono proliferati a dismisura: decine e decine… Nemmeno io li conosco tutti, in quell’occasione la mia presenza è stata inutile”. –

(Era sufficiente che suo figlio fosse stato attento in classe e la sua presenza sarebbe stata superflua oltre che “inutile”!)

Egregio dirigente si chiama “analfabetismo di ritorno” il suo e dimostra che ne sa meno dei docenti…

L’analfabetismo che tocca a chi smette di aggiornarsi.

So per certo che per me è stato un “onore” di cui ho goduto dopo aver manifestato la mia opinione al riguardo.
Questo dirigente si scaglia, non contro la scuola pubblica e il sistema che la regge (e come potrebbe, visto che è a busta paga di questo sistema?) ma contro i docenti che a sentir lui sono incompetenti, fannulloni, non insegnano nulla e si limitano a indottrinare demandando alla famiglia il compito di “insegnare”. Questo “pedagogo” porta a esempio il sistema finlandese ma sottace che in Finlandia:
1. Le classi sono strutturate in maniera differente che in Italia. Le nostre aule scolastiche sono ancora come erano nel 1925 (l’unica differenza è che i banchi non sono di legno e non hanno il portacalamaio).
2. Non esistono scuole private
3. Il corpo docente ha un’età media di trent’anni.
4. I docenti hanno la possibilità di fare i coffee break in sale scolastiche accoglienti e su poltrone comode.
5. Gli alunni hanno una pausa di 15′ ogni 75′ di lezione.
Ma l’unica reale differenza sta nelle infrastrutture su cui può contare la Finlandia: spazi, sussidi di ogni genere, arredi ad hoc, strutture, la formazione dei docenti. Un esempio su tutti è l’estrema cura degli ambienti educativi, mai arredi raffazzonati e mai ambienti di risulta come spesso accade da noi, dove la scuola si deve adeguare agli spazi che ha a disposizione.
La verità però è un’altra e questo Maurizio Parodi non lo dice (se no come farebbe ad avere così tanti seguaci e come venderebbe i suoi libri?):
“con i risultati dell’edizione 2015 del PISA, che sono stati diffusi lunedì 5 dicembre, la Finlandia prosegue il declino iniziato nel 2012, quando per la prima volta il punteggio nei test matematici del paese non rientrò nelle prime dieci posizioni. Dal 2009 al 2012 il calo in matematica è stato del 2,8 per cento, il punteggio scientifico è peggiorato del 3 per cento e quello in lettura dell’1,7 per cento. Nei risultati del 2015 il punteggio della Finlandia è calato in tutte le tre categorie: 11 punti in scienze, 5 in lettura e 10 in matematica. Tra i paesi con i risultati migliori, solo il Vietnam ha registrato un calo simile. Tutti gli altri paesi di prima fascia hanno ottenuto gli stessi risultati o sono leggermente migliorati. Oggi la Finlandia è dodicesima in matematica, quinta in scienze e quarta in lettura (risultati comunque migliori di quelli dell’Italia, che in lettura e in scienze ha un punteggio inferiore alla media degli altri paesi esaminati dallo studio)”.

Sono sicura che il declino continuerà. Perché è vero che i bambini vanno lasciati sotto una libertà vigilata ma anche il loro sapere va “incanalato” e “strutturato”… lo so ben io che da dilettante nell’arte ho dovuto fare i conti con la mancanza di un sapere “teorico”. –
Del resto, ditemi voi cosa hanno inventato i finlandesi, quanti premi Nobel annoverano tra i loro ex-studenti? Ve lo dico io, il risultato è 20 a 5 a nostro favore-.

La cosa ancora più grave è che sembra che questa sua proposta verrà discussa in Parlamento.

Quindi un dirigente con 18.000 genitori pretendono di imporre a 8(otto) milioni di studenti le loro bislacche idee. Ed il Parlamento che ha poco tempo per ascoltare i docenti che presentano emendamenti contro le loro leggi si preoccupa di calendarizzare questo…

Egregio “pedagogo”, prima di scagliarsi contro i docenti, prima di aizzare i genitori contro il Sapere e gli apprendimenti, parli con chi la paga e gli dica che anche i docenti italiani sono stanchi di essere sottostimati. Sfruttati e vilipesi da dirigenti come lei… e poi si faccia un giro per le scuole d’Italia dove, ne sono certa, troverà tantissimi insegnanti preparati e motivati… nonostante tutto e tutti…

http://www.ilpost.it/2016/12/19/crisi-scuola-finlandia/

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Studiate!


… e da un confronto nasce un pensiero che voglio rivolgere a tutti gli studenti che fra pochi giorni siederanno sui banchi di scuola:

-“Approfittate dell’opportunità che vi si offre per allargare i vostri orizzonti mentali e culturali. Studiate, lo dovete in primis a voi stessi, se vi volete bene, lo dovete alla società che paga per darvi questo diritto. Un alunno che non studia è il peggior investimento dello Stato Sociale”.

Se, come qualcuno afferma, erroneamente, un docente non produce pil è anche vero che ce la mette tutta per farvi uscire dalla scuola non come parassiti sociali ma come individui in grado di crearsi un adeguato ambiente lavorativo.

La differenza tra un disoccupato e un uomo di brillante avvenire la si fa già sui banchi di scuola.
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Buon anno a voi…