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Buona Epifania


C’è una Fede che va al di là delle frenesie consumistiche, al di là delle cerimonie in pompa magna, al di là di luci e sbrilluccichi. È una Fede che nasce da dentro. Un moto dell’anima, una capriola del cuore.

I testi sacri, i Vangeli sono fari nella notte della vita. Sono la Luce in un mondo di tenebre in cui la Ragione si dibatte. Sono quel lumicino a cui volge lo sguardo il naufrago in mezzo alla tempesta marina, quella profonda delle emozioni più disparate le cui sfumature vanno dall’Amore all’Odio , andata e ritorno.

Stupido pensare che essi siano prerogativa di questo o di quello. Caio non è meno di Tizio. La Fede NON viene sminuita da chi la pensa in modo differente perché la vera saldezza della fede non sta nelle preghiere ma nella nostra forza interiore, una forza che le religioni chiamano: Dio, Allah (che poi è la stessa parola “Dio” ma in arabo), Geova o Jahvé((Yahweh)), Shiva o Visnù ma che in realtà si chiama “Amore”. Una parola talmente usata ed abusata al punto tale che ne è stata smorzata la forza stessa del significato..

Anni fa avevo scritto qualcosa al riguardo. I greci, grande popolo di filosofi, distingueva ben tre tipi di Amore: Eros, Agape e Philia.

Eros figlio di Povertà e Acquisto, secondo la concezione platonica, è l’amore carnale in cui esso occultamente manifesta il desiderio egotico del mutuo scambio, di un dare ed avere. Nasce dalla fame e diventa potere di acquisto di qualcosa che ne plachi la bramosia dei sensi.

Philia è l’amore sentimentale, quello che si stabilisce in un rapporto di complice amicizia, di affiatamento e di comunità di intenti.

Agape è l’Amore spirituale o universale che eleva l’uomo e gli fa comprendere che non è lui a possedere Dio ma Dio che lo possiede.

Questo per dire che ho appena disposto i Re Magi davanti alla stalla del mio Presepe: Gaspare, Melchiorre e Baldassare, uno nero, uno biondo e l’altro asiatico, rappresentanti della richcezza e della saggezza, in abiti regali, si inchinano a un Bimbo che dorme in una mangiatoia.

Signori, cosa c’è di più grande, di più profondo, di piùbvero di questo messaggio rappresentativo della Natività? Ogni parola che viene usata per descrivere questo evento non è altro che uno scendere e un risalire “negli e dagli” inferi della Vita per ritrovare l’intima essenza spirituale della nostra esistenza.

Allora, buona Epifania a NOI, con le parole del Maestro: Gli Ultimi saranno i Primi…

//Sono andata a cercare il mio post sul blog di wordpress, post scritto nel lontano 2008, e google mi ha mostrato un link in cui ho ritrovato questo mio commento per intero a firma di un “professore”. La cosa mi fa piacere e mi lusinga, dispiace che l’autore che l’ha “copiato” non si sia preoccupato di riportare il mio link, come la correttezza del web richiede… ma ci sono abituata. Dalle mie poesie, ai miei lavori di grafica. Dai miei post ai miei racconti sono molte le volte che altri li prendono e li rendono “personali”.

https://koruspoesieblog.wordpress.com/2008/04/13/eros-agape-philos-i-tre-volti-dellamore/

(La foto è quella del mio presepe, stamane)

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Importante è il viaggio ma non dimentichiamo la meta.


La Vita è un lungo viaggio su cui bisogna incamminarsi. Non sempre la strada è ben tracciata e definita, accade così di smarrirsi, di indugiare in posti più o meno attraenti, più o meno accattivanti, più o meno belli. Siamo tutti, simbolicamente, come Ulisse il cui unico pensiero è il ritorno a casa, dalla moglie, dal figlio, dal padre ma il pensiero da solo non è sufficiente per arrivare lì dove il nostro cuore, la nostra esistenza, tende. Ostacoli, pietre di inciampo ci costringono a cambiare sempre programma, percorso. Ci spingono su sentieri inesplosi, su strade malsicure e ci sollecitano a confrontarci anche con cose e/o persone che in altre circostanze ne faremmo volentieri a meno. Pensiamo, a torto o a ragione, che forse avremmo potuti evitarli se solo… Se, di quanti se è piena la vita di un individuo?L’ importante è tornare a casa, quella vera, quella personale che è dentro ciascuno di noi ed una volta arrivati rendersi conto che, pur se abbiamo viaggiato senza valigia, portiamo dentro noi un bagaglio colmo di esperienze: di gioia, dolori, risate e lacrime, e sì… siamo colmi di “lezioni”. Di prove, di esami sostenuti e grazie ai quali siamo cresciuti.Allora accettiamo la Vita con il buono e il cattivo che ci regala e come Ulisse, però, non dimentichiamoci di tornare a casa nostra…Quella è la meta del viaggio, ricordiamocelo, sempre

.[#AngeliKaMente pensiero serale]

Itaca

[Constantino Kavafis]

Quando ti metterai in viaggio per Itaca 
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
né nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti – finalmente e con che gioia – 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.


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Di Byblos e della Cananea


Lungi da me dal voler fare proselitismo religioso ma chi mi segue sa quanto profondo sia in me il senso del “cristianesimo”. Quel cristianesimo predicato da san Francesco d’Assisi e da tanti altri Maestri “illuminati”.

Chi mi conosce sa bene il mio “fatalismo”. Nulla avviene per caso.

Nessun incontro, sia questo con persone, cose, accadimenti o… brani di letture, si palesano davanti a noi se non sono già state scritte…
Nulla avviene per caso in questo mondo, come diceva Einstein, “il Caso non esiste. Esso non è altro che il nome che gli scettici danno alla Provvidenza Divina”.
E non è un caso che stasera, nel cercare notizie su “Byblos”, il cui nome mi ricorda qualcosa, ma non so bene cosa, mi sono imbattuta nel racconto della Cananea che implora Gesù affinché gli guarisca la figlia (Byblos o Biblo si trovava in Cananea che allora comprendeva, grosso modo, il territorio attuale di Libano, Israele, Palestina e parti di Siria e Giordania).
Ve la riporto perché penso che sia la migliore risposta che possiamo dare a tutti quelli che dicono che i porti si devono chiudere. Che la nostra cultura e le nostre terre non devono finire in mano ai neri.
Se anche uno solo di quelli che mi seguono e che la pensano così, dopo aver letto tutto si soffermeranno a riflettere prima di consegnare il loro pensiero al sonno potrò ritenermi soddisfatta. Avrò portato uno spiraglio di luce nel buio delle coscienze.
“[…]partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.
Ed ecco la riflessione trovata sul web, relativa a questo episodio:
“La straniera delle briciole, uno dei personaggi più simpatici del Vangelo, mette in scena lo strumento più potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l’incontro. Se noi cambiamo poco, nel corso dell’esistenza, è perché non sappiamo più incontrare o incontriamo male, senza accogliere il dono che l’altro ci porta. Gesù era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione, accendeva il cuore dell’altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, «converte» Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i bambini, che siano d’Israele, di Tiro e Sidone, o di Gaza: la fame è uguale, il dolore è lo stesso, identico l’amore delle madri. No, dice a Gesù, tu non sei venuto per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.Anche i discepoli partecipano: Rispondile, così ci lascia in pace. Ma la posizione di Gesù è molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, per la mia gente. La donna però non molla: aiutami! Gesù replica con una parola ancora più ruvida: Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati «cani». E qui arriva la risposta geniale della madre: è vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. È la svolta del racconto. Questa immagine illumina Gesù. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo fame e figli da saziare, anche quelli che pregano un altro dio. Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro dio, per Gesù è donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un figlio conta più della sua religione. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all’unisono con il suo cuore di madre, lo sente pulsare nel profondo delle sue piaghe. E sa che Dio è felice quando vede una madre, qualsiasi madre, abbracciata felice alla carne della sua carne, finalmente guarita. Avvenga per te come desideri. Gesù ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede è come un grembo che partorisce il miracolo: avvenga come tu desideri. Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da far nostro: la terra come un’unica grande casa, una tavola ricca di pane, e intorno tanti figli. Una casa dove nessuno è disprezzato, nessuno ha più fame.(Letture: Isaia 56, 1.6-7; Salmo 66; Romani 11, 13-15.29-32; Matteo 15, 21-28)
[Ermes Maria Ronchi, presbitero e teologo italiano dell’Ordine dei Servi di Maria, su Avvenire del 14 agosto 2014]

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Di uva, di chicchi e di Ragione


29929In collegio, i bambini cenavano prima delle suore. Una sera, nel passare davanti al loro refettorio, gli occhi mi caddero sui piattini di frutta accanto ad ogni posto. Erano bellissimi grappoli di uva bianca, grossi, gonfi e torniti che campeggiavano nei singoli piattini e non potetti fare a meno di osservare come fossero differenti da quelli piccoli che ci erano appena stati serviti a noi. Così, senza pensarci su due volte, l’osservazione la feci ad alta voce e fu udita dalla suora assistente. Il giorno dopo, nell’entrare nel nostro refettorio, mi accorsi di risatine e gomitate fra le mie compagne che mi lanciavano occhiate divertite. Nel prendere posto a sedere notai che davanti a me c’era un bel piatto di uva dai chicchi belli grossi. Lì per lì rimasi interdetta, mi sedetti e iniziai a guardare le compagne al mio tavolo, erano tavolini esagonali, quindi con sei posti… Chiesi cosa significasse la loro risata e mi dissero: “Ieri sera ti sei lamentata che noi abbiamo avuto pochi chicchi d’uva per cena, ora mangiati tutta questa e poi vedrai cosa ti accadrà!”. Smarrita, interdetta, chiesi che cosa mi sarebbe dovuto accadere e loro mi dissero: “Con tutta quest’uva sicuramente stanotte ti farai la pipì addosso!”. Avevo nove anni ma compresi che la suora assistente aveva trovato la “giustificazione” al perché a noi venivano dati pochi chicchi mentre le suore avevano i grappoli interi. Non risposi nulla, non mi feci la pipì addosso… non avevo mai bagnato il letto dalla nascita, figuratevi se potevo bagnarlo a nove anni! Ma ricevetti la prima conferma di come il mio pensiero fosse stato mal interpretato. La mia osservazione non era fatta pensando solo alla mia pancia ma anche a quella di tutte le compagne. Ci rimasi malissimo, non trovavo giusto che io potessi godere di tanta abbondanza mentre loro continuavano a rifocillarsi con 10 chicchi d’uva. Tacqui. Altro non potevo fare, e mi gustai il grappolo fino all’ultimo piccolo chicco. Ma continuo a portarmi dietro un fardello che fatico a mandare giù. Continuo a soffrire, oggi come allora, della fatica che fanno le persone a comprendere il mio pensiero. E’ il mio destino. Per quanto mi dimeni in questa bagneruola terrena non riesco a romperne i confini, a frantumare gli schemi… mi sento un po’ come Zi’ Dima dentro La Giara, voglio romperla ma mi viene impedito di farlo perché la mia ragione cozza contro la ragione dell’altro…

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Esame di coscienza e “Anima Mundi”


bontaMi è capitato di scrivere su una abitudine appresa in collegio: l’esame di coscienza serale. Esame di coscienza che mi capita di fare spesso anche durante il giorno. Quando faccio qualcosa senza pensarci su più di tanto, quando parlo senza riflettere … riconosco di essere dannatamente impulsiva e subito dopo aver agito di impulso inizio a interrogarmi: Ho fatto bene … ho fatto male? Quale parametro ho per valutare il mio comportamento? Allora mi viene in aiuto San Paolo quando dice: Se la TUA coscienza non ti condanna nessun altro può farlo. E che la mia coscienza non mi condanna lo dimostra che non passo le notti a vegliare pensando a ciò che ho fatto, sono gli altri, con i loro comportamenti a togliermi il sonno… ma questo è un altro discorso. Tante volte ho parlato dell’Anima Mundi degli alchimisti e tante volte ho detto che se si ha una mente sgombra da pre-giudizi e pre-concetti siamo nella disposizione migliore per sentirne la voce. Quando un problema mi assale se riesco a farmi la domanda giusta ecco che da qualche parte la risposta arriva.
La risposta che ho appena ricevuta, riaffiorata su nel groviglio dei pensieri, tra le pieghe dei ricordi senza che l’avessi cercata è questa:
[…]
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ ch’io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.
E’ una poesia sul natale di Umberto Saba: A Gesù Bambino.
Ecco ancora una volta ho la conferma che le mie azioni sono coerenti col mio pensiero e quindi tirerò diritta per la strada che ho intrapreso, perché la bontà non è legata al senso del gusto, dell’olfatto, dell’ udito. La bontà non ha nulla a che vedere coi nostri cinque sensi che dall’esterno va verso l’interno ma al contrario è qualcosa che nasce da dentro e di propaga nell’Universo.

Buona serata a voi, internauti…

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I 365 giorni che verranno…


rainbow-book-375x250Oggi iniziano 365 nuovi giorni… 365 pagine da riempire di pensieri, emozioni, azioni… Giorni grigi, verdi, rossi, gialli si alterneranno in questo nuovo anno che inizia per poi tornare qui, fra 365 giorni ad augurarci: felicità, salute, prosperità economica. Un vaso di Pandora in cui continua a sopravvivere la speranza. Sperare … forse, Pandora, avrebbe fatto meglio a cacciarla fuori da quel vaso… Avremmo avuto la possibilità di riempirlo con “opere”, azioni che sono lo stimolo per vivere, invece di far scorrere tutto nell’inedia dei luoghi comuni. Del: Si è fatto sempre così… cosa vuoi che cambi, mentre continuiamo a barricarci in casa ergendo muri tra noi e … gli altri e aspettando che altri decidano per noi:Politici, Fortuna, Dio… il Fato.
Io non vi auguro nulla di più di ciò che NOI, tutti, possiamo fare per noi stessi e per gli altri: Viviamo, non demandandiamo ad altri il compito di decidere per noi. Riempiamo il nuovo libro che abbiamo davanti, di qualunque colore saranno le pagine. Agiamo se vogliamo sconfiggere il male peggiore, il sentimento atavico, lo stesso che aveva l’uomo quando viveva nella grotta, della paura. Paura dell’altro, del diverso, dell’ignoto.
Sconfiggiamo la paura dell’ignoto per evitare di cadere vittima di quelle tre forze di cui parla Fëdor Dostoevskij in “I fratelli Karamazov” :
“Vi sono tre forze, tre sole forze sulla Terra in grado di vincere e incatenare per sempre la coscienza di questi esseri miseri e ribelli, per garantire loro la felicità: il miracolo, il mistero e l’autorità.”
Vi auguro di avere un hanno pieno di Vita infilando nel vaso di Pandora le parole:miracolo, mistero… autorità.

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Riflessioni di fine anno


Finisce un anno,che come tutti gli anni, è stato pieno di momenti belli e tanti, tantissimi tristi.Facce, volti, maschere, hanno toccato la mia vita, a volte solo sfiorandomi, altre volte lasciandomi profondi segni, cicatrici nell’anima che altri hanno medicato con molta sensibilità o senza nemmeno rendersene conto. A questi ultimi va tutta la mia gratitudine, la mia riconoscenza, il mio Amore. Gli altri li ho lasciati andare, con il cuore ancora ammaccato, ma che la vita ha forgiato per ripararsi da danni peggiori, senza per questo resettarlo. A tutti auguro buon anno…sia a chi mi ha ferito,sia a chi mi ha pugnalato, a loro l’augurio che faccio è solo quello di risvegliare il loro cevello (o anima come vogliono chiamarla) dal torpore in cui li fa vivere la mediocrità del quotidiano. A tutti gli altri, le Grandi Anime che ho incontrato e che ho avuto vicine, auguro di volare alto. Lì dove osano le aquile, lasciando polli e galline a razzolare con la bocca sulla terra in cerca di un seme di grano o di miglio. “Tanto assurdo e fugace è il nostro passaggio per il mondo, che mi rasserena soltanto il sapere che sono stata autentica, che sono riuscita ad essere quanto di più somigliante a me stessa mi è stato concesso di essere.”(Frida Kahlo)

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Miseria e disperazione


malnutrizioneNessuno dovrebbe arrivare a compiere gesti estremi per colpa di uno Stato disumano che condona i ricchi e riduce sul lastrico i poveri disgraziati che lavorano duramente per vivere… Per quanto tempo l’Umanità intera deve subire passivamente le ingiustizie “sociali”?
Non sto chiedendo di vivere nel lusso tutti quanti, chiedo solo la “dignità del vivere” uguale per tutti…
Mi chiedo come facciano quelli che hanno accumulato soldi su soldi a ridere e gioire senza comprendere la disperazione di chi non ha nemmeno il necessario… di chi non sa cosa mettere sulla tavola.
Davvero i problemi del 99% dell’umanità non li sfiorano? Davvero la disperazione e la lotta per la sopravvivenza del 99% dei loro simili li lascia nella completa indifferenza?
Possibile che girino la testa dall’altra parte invece di avere un sussulto di compassione che li induca a mettere insieme le loro forze per risolvere i problemi della fame e della disperazione?
Non so voi, ma questo è un tarlo che mi rode e mi consuma l’anima continuamente…
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Io sono acqua: torrente, fiume, mare


01torrente_malatra2083Come può uno scoglio… arginare il mare?
Stamane mi frullano per la testa le teorie di Darwin sulla sopravvivenza e poi il concetto di resilienza e mi dico che sì, i sopravvissuti saranno quelli che, come l’ acqua, avranno la capacità di assumere la forma in base al contenuto. Mi ritrovo con la mente a seguire un fiume. Parto piccolo rivo da una fonte e poi piano piano, lentamente scansando pietre, saltando su dislivelli, mi ingrosso sempre più e divento torrente, trascino nel mio cammino detriti di ogni sorta, e continuo ad ingrossarmi per diventare fiume… nulla ferma la mia voglia di andare, di dirigermi lì dove tutto ebbe inizio: Il mare…
L’uomo moderno, come quello antico, ha davanti due scelte: adeguarsi, accettare il cambiamento o contrastarlo e combattere. Chissà perchè sceglie sempre la seconda possibilità… così non riesce ad uscire mai dal suo karma…
Le nostre azioni sono come un boomerang, tornano sempre indietro… Noi lanciamo la pietra ma difficilmente riusciamo a comprendere dove questa cadrà e che conseguenze avrà la sua caduta. Siamo guide cieche che pretendono di guidare altri ciechi… La nostra miopia è davvero spaventosa ma non serve costruire cannocchiali per poter vedere lontano quando basta poco, davvero molto poco e senza spese economiche… ma chi ascolta le parole urlate nel deserto?
Uccidetevi, ammazzatevi, massacratevi… io sono acqua…

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Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris…


1024px-Clusone_Trionfo_della_morte_dettaglioMemento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris…
Riflettevo poco fa sull’arroganza e sulla supponenza di tutte quelle persone che, avendo raggiunto posti di prestigio, di potere, si dimenticano spesso da dove sono partiti.
Ecco, si può essere più o meno cattolici. Si può credere o non credere ad una vita oltre la morte. Si possono contestare, cosa che a volte faccio io stessa, alcune manifestazioni “esteriori” della Fede, resta un constatazione certa che, quelle parole, pronunciate il “Mercoledì delle ceneri” dal sacerdote mentre ti cosparge la cenere sul capo ci riportano tutti, credenti o non credenti, alla dura realtà della nostra esistenza:
“Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris”.
Chino il capo, colmo di profonda umiltà nel riflettere che alla fine di tutto resterà solo “polvere su polvere”… e in queste ore che precedono il sonno mi tornano alla mente le tante esortazioni del Qoelet e pure Totò con la sua poesia “A livella”, e mi chiedo quanti di noi riflettono sulla fine di una esistenza che può essere ricca e piena di onori o miserevole ed indegna ma che comunque è destinata a diventare solo “cenere”.
Non so, forse dieci anni di vita collegiale, trascorsi più sui libri della biblioteca delle suore che su quelli scolastici, mi ha portato a sentire “a fior di pelle” gli avvenimenti ciclici del calendario. Un po’ come il segugio allenato a fiutare la preda (che si sa che i segugi sono animali più da “pelo” che da “penne”) io avverto nell’aria quel sentore particolare che mi spinge ad entrare in sintonia con l’anima mundi (cattolica?) ed eccomi qui, in quest’ora serale ed in pieno clima quaresimale a guardarmi attorno e a dolermi di tutto ciò che accade nel mondo.
Soppeso la cattiveria e la meschineria, la superbia e l’avidità, l’avarizia e l’egoismo, il narcisismo (e quanto narcisismo c’è in giro!) e la presunzione, e faccio i conti con me stessa. In un autoflagellante esame di coscienza…