Non seguo le mode, sono demodè?


La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano
La solitudine dei numeri primi – Paolo Giordano

Non vado dietro la moda, né seguo le mode. Indosso solo abiti e scarpe che mi piacciono, che mi fanno sentire a mio agio e che trovo adatti ad esprimere al meglio il mio modo di essere, nascondendo i difetti e valorizzando i punti di “forza”. Non so se sempre ci riesco, mi ci provo.
La stessa cosa mi accade con i libri, con i film, con le canzoni o con qualsiasi altro oggetto “cult”.
Non so quanto questo sia dovuto alla mania adolescenziale di collezionare francobolli e foto dei divi del momento. Ricordo che riempivo più quaderni con le foto della Bardot, della Lollobrigida, di Sandie Shaw, di Belmondo e di Paul Newmann di quanti non ne usassi per fare i compiti scritti delle varie materie. Saranno stati loro un’ottima cura al formarsi nella mia mente dell’idea dell’antidivo, con tutti gli annessi e connessi? Tra Freud e Jung chissà chi potrebbe darmi la spiegazione più plausibile.
Fatto sta che sono anni che non vado dietro alle meteore e non amo il culto del “divo”.
Ho visto l’Ultimo Imperatore dopo due anni dalla sua uscita. Non ho mai avuto la curiosità di andarmi a guardare Ultimo tango a Parigi o 8 settimane e mezzo, e neppure il Tempo delle mele.
Ho iniziato a leggere U. Eco dopo anni che era stato sceneggiato il suo libro “Il nome della rosa”… e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. Tutto questo prologo per dirvi che sto leggendo “La solitudine dei numeri primi”, adesso.
La premessa serve quindi per rispondere alla vostra espressione sbigottita ed alla vostra incredula domanda, ammesso che facciate la faccia sbigottita e che vi poniate l’incredula domanda.
Si, lo sto leggendo adesso. Il miglior vino è quello d’annata.
Ma vengo al dunque. Mi sono fermata al capitolo “1995” e mi sono fermata perché con molta fatica emotiva sono riuscita a finire il capitolo “1991”. All’angoscia nell’immedesimarmi nei personaggi di quegli adolescenti si univa il freddo dell’anima che mi lasciavano le figure genitoriali.

Mi chiedo, e vi chiedo, ci rendiamo conto, noi genitori, di quanto male possiamo fare ai nostri figli quando diamo loro pesi, responsabilità che sono di nostra pertinenza? Ed ancora, ci rendiamo conto di quanto male facciamo quando li violentiamo psicologicamente imponendogli di fare determinate cose senza chiedere loro se è davvero ciò che vogliono?

Fare il genitore è il “mestiere” più difficile del mondo. Molti hanno la presunzione di ritenere che solo perché sono più grandi sanno cosa sia meglio per loro. Introiettano nei figli le loro aspettative irrealizzate, i loro bisogni frustrati, i loro sogni infranti e il risultato è sotto gli occhi di tutti. Giovani allo sbando, autolesionisti, fragili, insicuri o spregiudicati, bulli, cinici e poi… e poi leggiamo di genitori uccisi, famiglie distrutte dalla droga e/o dall’alcol, matrimoni precoci con altrettanti precoci divorzi. Giovani indifferenti a tutto, dove una cosa vale l’altra, e i genitori?
I genitori svegliati in piena notte dalla polizia o dai carabinieri si guardano in faccia: Mio figlio? Mia figlia? E partono le accuse: E’ colpa tua…
Ed iniziano le recriminazioni, si svegliano dai loro sogni ma la cosa più allucinante è che, presi in questo circolo del rilanciarsi le colpe, continuano a… dimenticarsi dell’unico che ha davvero bisogno di un padre e di una madre: il figlio, la figlia…

Intanto non so se riuscirò ad andare avanti nella lettura, devo prima accettare che anche questa è la società al giorno d’oggi…

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